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venerdì 4 gennaio 2013

Dalla paura dell’altro alla lotta contro di lui


Dall'intervento di Alberto Eiguer durante il convegno del 2009 a Riccione.

L’orientamento fallico porta a far sì che ognuno realizzi il suo proprio progetto narcisistico ignorando quello dell’altro. Qual è lo scopo della rivalità tra i generi? Essa mira essenzialmente a nascondere la paura che è risvegliata dall’altro genere. 

Finchè il soggetto si impone all’altro, sente che sfuggirà alla propria castrazione. Molti fantasmi condivisi risvegliano queste paure drammatizzandone il contenuto. La paura della cancellazione dei limiti è strettamente legata al fantasma condiviso di essere divorato o schiacciato dall’altro. La paura della perdita è legata all’impressione fantasmatica d’unità narcisistica, dove l’altro è visto come indispensabile per garantire la propria sicurezza o addirittura per esistere. 

La paura della castrazione ispira il fantasma comune d’incompletezza sessuale ed è alimentata da
esso. Ecc..
Il modello che vi propongo sottolinea come i fantasmi diventano comuni ai due partner, rendendosi evidenti in particolare quando essi sono insieme. Si tratterebbe di una creazione originale del campo condiviso, ispirata da aspetti inconsci che sono normalmente inattivi, al di fuori della vita di coppia (Eiguer, 1984).

Il fantasma dell’uno spaventa l’altro; in quest’ultimo ha luogo un effetto di risonanza psichica, ciò sveglia in lui delle paure fantasmatiche, vicine quasi ad alimentare una inter-fantasmatizzazione, ma questa unione immaginaria non calma i partners. L’intersoggettività si organizza dunque come una terza istanza, nuova, che non ha motivo di persistere se i coniugi si separano. 

Quando la rivalità assume i toni dell’invidia, le rivendicazioni falliche e narcisistiche sono al loro acme. L’altro
soggetto è difficilmente riconosciuto come un essere singolo, il suo desiderio è vissuto come un pericolo. La rivalità che produce emulazione è legata maggiormente all’Edipo, ci si batte con la scusa del legame col genitore per il quale si prova un’attrazione particolarmente forte.

In ogni caso, la differenza sessuale giocherebbe una funzione universale, anche nei casi di coppie organizzate su modalità di dipendenza orale, anaclitica, narcisistica, ossi agitate da conflitti arcaici. In effetti, il soggetto fatica a riconoscere l’altro, perché teme che l’altro lo “aspiri” narcisisticamente, e che l’altro non sia pronto, a sua volta, a riconoscerlo, a sentirsi responsabile per lui e a rispettarlo. Allora ognuno cerca di dominare
sull’altro per essere sicuro di non venir troppo “sminuito”, ossia “ignorato”, a causa dell’essere visto come diverso.

Quanto alla gelosia, essa non è un affetto classico, ma una passione, che copre un ampio spettro a partire dalle forme molto nevrotiche e passionali, passando dalle organizzazioni passionali vicine alle situazioni limite (borderline), fino alle modalità psicotiche come il delirio di gelosia. 

La lotta tra i generi è all’origine di una moltitudine di malintesi e dissapori. Ciascuno trascina il dramma di un’infanzia in cui questa rassicurazione non era evidente. Si rimprovera all’altro ciò di cui si ha avuto paura un tempo: che l’altro non sia capace di accettare la mia qualità, che non abbia fiducia nelle mie potenzialità e
nel progetto di realizzarmi.

Al contrario, l’onnipotenza sembra promettere un ascendente assoluto sul legame e sull’altro.
Per Freud (1932), la lotta tra i generi è animata dalla posizione fallica, la cui volontà è di avere il sopravvento sull’altro.
Questa posizione teorica ha vantaggi e svantaggi, come quello di ridurre la sessualità femminile alla castrazione fallica e ai meccanismi che essa fomenta, in particolare l’idea che la maternità sia la realizzazione del femminile, sembrando il bambino l’equivalente più elaborato del fallo.

Possiamo avanzare l’ipotesi che l’angoscia di castrazione femminile comporti tre dimensioni: fallica, materna e vaginale, quest’ultima manifestandosi nel timore di non provare piacere nel contatto con l’uomo o di non darglielo. Anche per l’uomo la castrazione ha più dimensioni.

E come interpretare il piacere nella prospettiva del legame intersoggettivo? Per l’uomo, è il piacere di introdursi nella cavità sensibile di una donna che prova il piacere d’essere penetrata.
Per la donna, è il piacere di essere penetrata dall’organo sensibile di un uomo che prova piacere nel penetrarla.

venerdì 14 dicembre 2012

I legami narcisistici e oggettuali della coppia e la loro articolazione con la differenza dei generi


Torniamo sul tema dalla coppia prendendo parte dell'interessante intervento del dott. Eiuguer avvenuto nel convegno sulla coppia del 2009.

La teoria del legame di coppia è un modello che può essere esaminato da tre punti di vista.
Dal punto di vista concettuale, esso propone un quadro solido che permette di avvicinarsi al funzionamento della coppia in modo originale, come a un’entità psichica distinta e di capire il suo funzionamento e la sua struttura.

Dal punto di vista empirico, questa teoria si applica alla clinica e al trattamento dei problemi, dei conflitti e delle crisi di coppia.

Dal punto di vista pragmatico, questa teoria assicura l’efficacia della terapia in seguito alla messa in atto di strumenti adatti e coerenti con la teorizzazione. Nella misura in cui la coppia è vista come un raggruppamento distinto, essa è osservata isolatamente. Le interpretazioni degli aspetti disfunzionali del legame prendono di mira il suo funzionamento inconscio, suscitano una evoluzione, promuovono dei cambiamenti, e, a lungo temine e nei casi migliori, la soluzione dei
problemi. Il concetto di legame si applica inoltre ai rapporti terapeuta- partners della coppia.

Poiché i diversi partecipanti alla terapia sono in legame tra loro, i loro funzionamenti inconsci si articolano secondo una intersoggettività modificata dalle risonanze fantasmatiche e emozionali, che sono innescate dallo stato di innamoramento all’inizio della relazione e che l’approfondirsi del legame sviluppa ulteriormente. 

L’illusione iniziale può certo sbiadire,ma l’inconscio di ciascuno avrà messo in moto altre intese, che fondano un tipo di intimità e di complicità che i protagonisti non trovano in nessun altro loro legame. Per tutti questi motivi è stata progressivamente adottata l’espressione legame intersoggettivo. In realtà la teoria del legame è stata arricchita in questi ultimi decenni dagli apporti dell’intersoggettività, e viceversa.


Oggi si sviluppa intorno ad essa un ampio campo, che va dalla sua applicazione all’ analisi individuale, all’analisi istituzionale delle cure e della comunità, passando per quelle di gruppo, della famiglia, dell’impresa. 

In altri termini, la teoria del legame intersoggettivo vede la coppia come una “collettività” inconscia. Per motivi di tempo e di pertinenza, focalizzerò la mia esposizione su uno degli aspetti del legame intersoggettivo della coppia: l’importanza e la risonanza della differenza dei generi sul suo funzionamento e sulle sue disfunzioni. Abbiamo bisogno dell’altro; se ci leghiamo a lui è perchè nasciamo deboli e immaturi, anche se ci siamo evoluti dall’età più tenera.

 Ma questo attaccamento all’altro può incoraggiarlo a utilizzarci, se la dipendenza verso di lui è massiccia. Nondimeno, colui che si dice poco dipendente sta occultando o reprimendo il fatto che ha anche lui un grande bisogno di compagnia e di sostegno. La parola legame ha giustamente due accezioni: attaccamento reciproco ed assoggettamento. 

La dipendenza dunque può condurre a degli eccessi.
Un legame è più di una relazione tra due persone; esse si influenzano reciprocamente, costruiscono dei fantasmi, dei miti e delle difese comuni. Via via che il legame si stabilisce, i due soggetti tendono a sintonizzare le loro reazioni e i comportamenti: i loro affetti si avvicinano, e ciò malgrado loro stessi.

Una sorta di illusione fa sentire loro che sono della stessa specie, e molte altre impressioni: sulla loro comprensione del mondo e tra di loro, sulle loro credenze, ecc…La loro dipendenza reciproca li porta talvolta a dimenticare che sono diversi, che hanno dei desideri propri.

Questa evoluzione ripete il percorso dell’interazione madre- lattante.
Evidentemente, un legame tra adulti comporta altre dimensioni, conviene ricordarlo, ma queste altre dimensioni sono trattate dal legame, in maniera interattiva e intersoggettiva.
Ognuno può vivere l’altro come una parte di sé, ancora più grave sarebbe viverlo come completamente come sé stesso.

Numerosi conflitti di coppia sono generati dal sentimento che l’altro abbia un’ascendente troppo forte sul primo, che voglia influenzarlo e annullare la sua personalità; spesso è un sentimento legato alla vita psichica comune, che si organizza in maniera inconscia. Ma a volte l’influenza è potente e lo è particolarmente al momento della deriva perversa dentro al legame, che rappresenta un tentativo di annichilire l’altro, il cui desiderio è vissuto come ciò che porta all’insubordinazione, al pensiero critico, posizione che è al tempo stesso temuta e desiderata.

Eccetto queste situazioni estreme, e può darsi che ciò che vi dirò le incoraggi, ogni legame tende a cancellare i limiti interpersonali, e ancor più l’identità rischia di perdere in consistenza, la sua fermezza. Il legame riproduce in qualche modo quell’istante in cui il soggetto passa dall’investimento sull’altro all’identificazione con lui. Quando quest’ultima è compiuta, l’investimento tende a diluirsi o piuttosto a mutare. L’oggetto, che fino a quel momento era “alla periferia” del sé, viene a integrare l’identità del soggetto. Nella coppia, questo provoca diverse contrarietà, la conseguenza estrema è l’impressione quasi delirante di essere posseduto da qualcun altro.

Il legame implica dunque una presenza tangibile, quella dei due soggetti, e una struttura di funzionamento. Ci saranno due modi di considerarlo, come una diade o come una situazione a due in cui ciascuno vede l’altro in quanto altro. Si può osservare che l’altro è considerato secondo tre variabili : altro-indifferenziato, altro-oggetto, altro-soggetto. È importante mettere l’accento su ciò che noi viviamo in relazione all’altro, perché il saperlo è vitale per promuovere il riconoscimento reciproco, cosa che non va da sé. L’altro è avvertito da alcuni come un magma indifferenziato. 

Per altre persone, l’altro è vissuto come la rappresentazione inconscia del proprio oggetto, parente, antenato…ecc. Per altre persone ancora, l’altro è considerato come soggetto separato, il cui posto nello spirito è creatore di senso e di vissuti psichici. Possiamo provare a sovrapporre un oggetto interno sull’altro-soggetto, è ciò che facciamo regolarmente, ma questo non basta per sentire l’altro come un soggetto che ha un funzionamento inconscio, una soggettività, la sua storia, i suoi gusti, i suoi valori.

Questo altro-soggetto ci dice qualcosa, ci guarda, ci chiede d’essere tenuto in considerazione, di sentirci vicini a lui emotivamente, preoccupati da ciò che gli succede, coinvolti anche nelle sue difficoltà, e di sentirci rassicurati sul suo amore.
La maggior parte degli studi, psicoanalitici e non, ignora queste sfumature,ma esse ci sono comunque. La teoria del legame intersoggettivo si presta bene a integrarle e comprenderle.

La dimensione etica dipende dal sentimento di responsabilità che si prova per questo altro-soggetto. Da questa prospettiva, immaginatevi cosa può significare il progetto di reinterpretare il concetto di Super-io con il metro della dimensione intersoggettiva. Questo implica certo un grande sconvolgimento. Si può notare come il legame comprenda sempre questi tremodi di rappresentarci l’altro indifferenziato/oggetto/soggetto, ma uno può predominare, il che determina vari problemi.

Vorrei mettere l’accento su una difficoltà di numerosi clinici e terapeuti. Si tratta del pensare al legame di coppia come a un qualunque legame. Però la coppia ha delle specificità che conviene prendere in considerazione. Ma perché questa impossibilità a integrare queste specificità? Non lo so. C’è un campo raramente considerato: la differenza dei generi. 

Essa è talmente vitale, che la maggior parte dei conflitti tra coniugi ha a che vedere con essa. Sartre sottolineava nel 1943 (pag. 423-5), che la fenomenologia esistenziale ha scotomizzato allo stesso modo il fatto e questa differenza: si sorprendeva che una scuola che spinge all’essere-per-l’altro si disinteressi dell’incontro erotico tra i soggetti – che dipende, come sappiamo, dal loro maschile e femminile – quando esso appare come l’esempio stesso di una intersoggettività in movimento.

La fenomenologia ha permesso giustamente la distinzione della relazione verso un altro-oggetto dalla relazione verso un altro-soggetto. Sartre suggerisce: “Essere sessuato significa in effetti esistere sessualmente per un altro che esiste sessualmente per me - restando inteso che questo altro non è necessariamente, né principalmente per me, né per sè, un essere eterosessuale ma solamente un essere sessuale in generale.

Considerato dal punto di vista del per sé, questo sequestro della sessualità altrui non potrebbe essere la pura contemplazione disinteressata dei suoi caratteri primari e secondari.
Nessuno è per prima cosa sessuato per me, perché io lo deduco dalla distribuzione di un sistema pilifero ad esempio..il primo apprendimento della sessualità dell’altro, in quanto vissuto e sofferto, non potrebbe essere altro che il desiderio; è nel desiderare l’altro (o nello scoprirmi incapace di desiderarlo), o nel cogliere il suo desiderio di me, che io scopro il suo essere sessuato, e il desiderio scopre al tempo stesso il mio essere sessuato e il suo essere sessuato, il mio corpo come sesso e il suo corpo.”

Allora perché ci sono queste riserve nei terapeuti di coppia?
Temono forse che la valorizzazione della singolarità che è il genere dei partners, ci faccia ricadere sotto la prospettiva della psicologia individuale? L’alterità dell’altro, o ciò che l’altro ha come differenza irriducibile all’aspetto relazionale, condurrebbe alla perdita del valore gruppale e interattivo del modello? D’altra parte, evocare l’antenato e i traumi che ha subito e che si ripercuotono sulla coppia delle generazioni successive metterebbe in scacco la preminenza della situazione attuale?

Il tener conto della differenza dell’altro mi ha portato a chiedermi se il legame non comporta dei livelli di funzionamento distinti. Il livello arcaico non pone tanti problemi, è un funzionamento che evoca la messa in comune degli aspetti psichici più primitivi e indifferenziati. La sua tendenza è ad assimilare l’altro-soggetto all’altro-me.

Il livello più elaborato dovrebbe ugualmente trovare uno spazio nella misura in cui la singolarità dell’altro è sorgente d’attrazione : esso esercita una forza d’attrazione che è alla base dell’esogamia, anche se la prescrizione edipica vi gioca il suo ruolo. Noi andiamo verso l’altro perché il nostro genitore, nostro fratello o sorella di sesso opposto ci sono proibiti, ma andiamo verso di lui anche perché è un altro, che ha vissuto delle cose per noi sconosciute, che viene da un ambiente diverso, e ciò ci affascina.

Dal momento che l’altro è un altro soggetto e non solamente uno schermo-oggetto dei fantasmi e degli oggetti spostati e proiettati su di lui, si esplicano due modalità di relazione (che includono il fatto che ciascun soggetto della relazione è animato da intenzioni, che cioè simobilita verso l’altro soggetto, che agisce con lui, in relazione a lui): si tratta dei legami narcisistici, e dei legami libidici d’oggetto.

I legami narcisistici sono mossi dal nostro orientamento verso il simile, verso l’indifferenziazzione, verso l’imperituro, verso ciò che è costante. L’altro è vissuto come una parte di noi. Questi legami aiutano a consolidare e rinforzare la relazione, creano il noi della coppia, la sua identità e i suoi contorni.
Essi intervengono nella configurazione dell’intimità tra i partners, unica e introvabile nella sua forma in altri legami. I patti segreti e di negazione trovano in questi legami una base.

L’altro-soggetto è preso in considerazione dai legami narcisistici, sebbene la dimensione narcisistica tenda ad assimilare l’altro-soggetto dentro una continuità del sé. Il “tu sei un altro e tu sei gli altri che sono dentro di me” sono sempre in movimento e in contraddizione. Se i fondamenti narcisistici della relazione di coppia sono consolidati, prendono forma dei progetti condivisi ispirati da un ideale dell’io che è, se permettete l’espressione, un ideale degli io e dei non- io: è collettivo.

I legami libidici d’oggetto si instaurano sul sentimento che l’altro è diverso e allo stesso tempo evoca un oggetto interno, o più di uno. Detto diversamente, l’altro è in me e distinto da me. “ Io lo chiamo, lo vedo, lo riconosco e sono responsabile per lui” Ma “Sono sensibile al fatto che mi riconosca nel mio desiderio e nellamia identità. 

Se no, io soffro, temo che la sua libertà mi sfugga, che lui mi sfugga, che il nostro legame si dissolva.” A causa della sua funzione nella costruzione dei legami, la differenza di genere è motore e sorgente di una cura
costante (sotto l’influenza dell’Edipo e della castrazione).
Queste fondamentalmente le linee del legame di coppia.

Chi desiderasse conoscere il seguito dell'intervento può richiederci gli atti scrivendo a info@scuoladipsicodramma.com o telefonando allo 051.582211



martedì 11 dicembre 2012

Edipo: dalla tragedia alla famiglia moderna

Oggi attingiamo ad una parte dell'intervento del dott. Claudio Rossi, docente dell'Istituto Mosaico Psicologie di Bologna, avvenuto nel corso del Convegno sulla Coppia e la Famiglia.

"Vorrei partire con la lettura di un brano tratto dal Fedro di Platone ove Theut dio-scienziato presenta al faraone il suo ultimo espediente, la scrittura, descritta come medicina di sapienza e memoria. Questa è la risposta del faraone: “O ingegnosissimo Theut, una cosa è la potenza creatrice di arti nuove; altra cosa è giudicare quale grado di danno e di utilità esse posseggono per coloro che le useranno.

E così ora – per benevolenza verso l’alfabeto di cui sei inventore – hai esposto il contrario del suo vero effetto. Perché esso genererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitare la memoria, perché fidandosi dello scritto, richiameranno le cose alla mente non più dall’interno di se stessi ma dal di fuori, servendosi di segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria, ma per richiamare alla mente – né tu offri vera sapienza ai tuoi discepoli,ma ne dai solo l’apparenza perché essi, grazie a te, potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento, si crederanno dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che di sapere”.

Il passo va ben oltre l’arguzia dell’aneddoto – così inattuale e così attuale – : il dialogo filosofico autentico, il logos sta combattendo con la lettura, con la scrittura di cui Socrate dirà che “del discorso di chi sa, vivente e animato, essa potrebbe dirsi un’immagine”.

Il momento è quello tragico: Socrate ripete di non voler fare la fine di colui che per guardare in faccia il sole rimane accecato, meglio discutere della sua immagine riflessa, il mondo delle idee, il logos. D’altro canto la cultura greca si afferma come la voce sempre giovane che cancella le scritture, la voce che come Edipo, scioglie gli enigmi e gli occultismi connessi con l’Egitto per affermare la chiarezza, l’uomo, la ragione come canone filosofico.

Secondo un periplo da Oriente a Occidente – che ha il suo culmine nel momento tragico da cui riceve l’insuperabile antinomia: lo spirito vivente e animato ripudia la lettera morta, e insieme ad essa tutte quelle tracce – simulacro come le arti, nient’altro che simulazioni di vita; nello stesso tempo storna gli occhi dal sole ma ciò con cui questo è sostituito – logos, idea – del sole ha la stessa luce. Il passaggio da Est a Ovest passa dal mistero del mondo – alla luce del soggetto, il segno dell’Occidente di contro al simbolo dell’Oriente. Il logos abbandona il mito per farsi mito.

Questi sono gli albori – comunemente accettati – della autocoscienza. E dell’inconscio, mi viene da aggiungere subito. Il sostanza, l’Egitto come enigma da cui è “Necessità” staccarsi perché possa nascere la coscienza – il logos – che con la filosofia cerca di ostracizzare-esorcizzare il mistero, il thauma, di fronte al quale l’Egitto si era posto immobile, in un irriducibile simbolismo.

E questo si compie e si esalta passando per il breve, universale periodo della tragedia: un secolo o poco più, da cui noi oggi ancora dipendiamo. Perché – a tutt’oggi – le antinomie, gli impossibili da conciliare, le domande fondamentali sono ancora li. All’opposto, il cammino è stato quanto mai celere, quasi convulso, come negli ultimi secoli. L’allontanamento dall’enigma, partito tra ansie, dubbi e indecisioni si è fatto deciso, drastico come risultato di una “rimozione” per la quale l’Egitto ha approntato una specie di Edipo: dalla tragedia alla famiglia moderna inconscio trascendentale.

Questo mi pare ilmotivo psicologico per cui l’allontanamento ha preso la via dell’azione più che del pensiero, della tecnica più che della filosofia. Questa mi pare una prima idea degna di riflessione, quella per cui coscienza e inconscio hanno una specie di filiazione culturale e temporale nonché una manifesta problematicità relazionale che la tragedia ipostatizza una volta per tutte e nella quale lo sviluppo psicoanalitico si inserisce a pieno titolo.

Anche se, voi sapete, quale sia questo titolo – è scienza? È filosofia? – è oggetto di una affaticante polemica che ha motivazioni evidenti sia nella peculiarità del metodo, sia nell’opera del suo fondatore.
Comunque sia, la psicoanalisi si propone lo svelamento dell’inconscio a vantaggio della coscienza. “Dove era Es c’è Io” ha i crismi del grido di guerra dei lumi e per farlo il suo autore si attiene al procedere scientifico – naturale, se non proprio empirico. Ma in questo procedere la psicoanalisi riapre l’ambiguità tragica: la coscienza non è così luminosa e data, ci sono più cose nel “Sum” di quante ce ne siano nel “Cogito”, e tali cose non appaiono tutte pensabili. Al punto che è il fondamento stesso della filosofia e della scienza ad essere posto in discussione: il fondamento è posto come pregiudizio, il pregiudizio della coscienza.

È la scuola del sospetto: Marx, Nictzsche e Freud, la parentela è clamorosa, non fosse altro per il fatto che ciascuno di loro è stato relegato in un angolo, in attesa di collocazione dei loro esercizi di sospetto all’interno del nostro sapere. Ma con loro si libera, si riapre la ricerca, e tutti e tre partono dal sospetto sulla coscienza ma mirano ad una sua estensione: Marx col liberare la prassi, Niectzsche nello sviluppo di potenza, Freud con l’incremento dell’Io. Ma la psicoanalisi di Freud fa qualcosa di più o di diverso: essa ci spiega il perché di questo “ritardo” nell’accoglimento di questo sospetto. La coscienza fa resistenza al comprendersi: la umilia- zione narcisistica (dopo Copernico e Darwin) resiste alla apollinea chiarezza scientifica, dice Freud da buon razionalista.

Ciò a cui la natura umana fa resistenza è il “disoccultamento” - per narcisismo. La rivoluzione freudiana è la rivoluzione della diagnosi, della freddezza, della scienza, di chi dice “io non do nessuna consolazione”. È difficile essere uomo, è la durezza della vita, è il destino, diremmo noi: “il destino infantile” dice Freud.
Tragicità del destino infantile, come della “ripetizione” che riconduce instancabilmente “indietro”: ritorno del rimosso, regressione libidiche, lavoro del lutto, tendenza all’inorganico, thanatos. Insomma: tragico è l’Es, tragico il Super-io, tragico l’Io inconscio i cui intrecci si oppongono al disoccultamento.

Se il tragico dell’Edipo sta nella veridicità dell’accusa a se stesso, a fronte di Nictzsche che accusa l’accusa, Freud la comprende, la spiega, ne svela la struttura: la catarsi del desiderio andrà di pari passo con la catarsi della coscienza giudicante. Ma Freud, si sa, ha rotto il quadro limitato del rapporto terapeutico, aprendosi alla totalità del fenomeno umano. Anche da qui – la difficoltà di collocazione: la psicoanalisi è il passo con cui la scienza affonda lo stilo nelle profondità di coscienza, a fronte delle crepe che il “metodo certo” evidenzia? O è la filosofia che con un colpo di mano e violentando se stessa ripristina il suo potere sul metodo della scienza?

Io credo che la risposta stia nell’essenza tragica della psicoanalisi, cosa che impedisce una sua collocazione se non ambigua: tutto rimanda alla tragedia – in psicoanalisi – lì dove l’Io – la coscienza è compito, lì dove la verità diventa narrazione, lì dove il passato è il mito e il presente –appunto – tragedia.

Lì, nel paziente la coscienza è più che mai compito, e il passato, il mito, il simbolo, l’oscuro si interpongono alla chiarezza della coscienza: dove l’inconscio vive con la coscienza. E mentre dico questo – l’obiezione che la psicoanalisi archeologica non ha un “telos” scopre quello che della psicoanalisi è parte integrante: non è forse il “telos” della psicoanalisi l’allargamento dell’Io a spese dell’Es? Certo, un “telos” ambiguo, che lascia al paziente la scelta, si dirà. In ogni caso è cura, terapia del logos. Questo trasporto della psicoanalisi in una dimensione tragica ha un senso preciso che dovevo precisare: essa si presenta in tale contesto come “tecnica” nella quale il lavoro appare (o dovrebbe essere) il corrispettivo di ciò che appare la natura dell’uomo “che ama nascondersi”.

E tutto il teorema interpretativo freudiano si muove contro il fisicalismo e il biologismo della psicologia: nessuno ha contribuito più di Freud a rompere l’incanto del “fatto” e riconoscere la superiorità del “senso”. Tuttavia Freud non ha mai smesso di inscrivere le sue scoperte nel quadro positivista che esse distruggevano. Direi forzando: positivizzare ciò che non lo è, non riporta al tragico? E così, questa conoscenza lucida del carattere di “Necessità” dei conflitti, di fronte ai quali occorre riconciliarsi con l’inevitabile, rimanda pari pari ai tratti del sapere tragico: non è clamoroso che Freud –il biologo, il positivista, il determinista- ogni volta che ha voluto dire l’essenziale ha pescato nel mito tragico?

Edipo, Narciso, Eros, Ananke, Thanatos, …Mi pare difficile la collocazione dell’opus freudiano a distanza da una difficile assimilazione del vero sapere tragico. Ma certo, la presa di coscienza offerta dalla psicoanalisi
al moderno fa riferimento al dolore e al limite come strada di riconciliazione legiferata da Eschilo: “Tò pàtei
màtos”, si comprende attraverso il soffrire. Da qui – per inciso – io farei partire lo scollegamento tra filosofia e psicoanalisi quando volgarmente si dice: la prima pensa, la seconda cura. Certo anche la psicoanalisi pensa, come il filosofo conosce la parola che cura. Ma la filosofia non “sente” il dolore, il thauma: certo, lo conosce, da esso è nata, ma altra cosa è conoscere, altra è sentire. Oggi che tutto conosciamo e poco esperiamo, oggi il dolore si sente più che mai.


Questo modo, questo luogo è quello del pathos – che la filosofia conosce come luogo del tragico e la psicoanalisi come luogo della cura. Ma forse che il tragico si può curare? La riduzione psicoanalitica, quella specie di passe-partout psicosessuale che tanto irrita storici, mitologi e grecisti, soffre certamente di un “letteralismo edipico” – figlio della tragedia, oltre che del suo proprio tempo – che vorrebbe istituirsi come chiarimento “al di là” del mito. Non si può tuttavia nascondere come la psicoanalisi si proponga in termini di variante latente del mito edipico nel momento in cui il chiarimento presente nella versione tragica evolve nella direzione della riflessione sull’uomo e su di sé.


Non credo si tolga molto alla psicoanalisi inserendola come momento – significativamente attuale – della dialettica tra mito e spiegazione – certamente al di qua del mito. E quando Freud afferma: “la visione mitologica del mondo… non è altro che psicologia proiettata nelmondo esterno”, questo è ancora mito. Magari un mito vestito dell’abito grigio del razionalismo scientifico: ma sarebbe fare un torto a Freud –ed alle sue pagine più tarde e più belle – dimenticare la mai dismessa consapevolezza di coscienza tragica. Scrive ad Ennstein: “lei ha forse l’impressione che le nostre teorie siano una specie dimitologia, neppur lieta in verità.

Ma non approda forse ogni scienza naturale ad una sorta di mitologia? Non è così oggi anche per lei nel campo della fisica?”. Ed all’amico Fliess confida sul filosofo tragico “Ho comprato Nictzsche, ma non l’ho letto per paura di ritrovarmici troppo”. Dall’altro capo, ecco come Eschilo fa parlare Prometeo:” Ho reso gli uomini che prima erano sciocchi – assennati e padroni delle loro menti, prima vedevano invano, udendo non udivano, … per primo discernetti dai sogni quelle cose che bisogna diventino realtà, feci conoscere i segni per essi difficili da discernere…”.


(E significativamente, il coro ribatte: “ sviato di mente vai errando…”.) Come vedete, tutti gli elementi che finora abbiamo considerato accomunano in un certo quale senso uno slittamento verso una dimensione universale, intorno all’uomo, le sue origini, il suo destino in un ambiguo movimento circolare che la tragedia così meravigliosamente sintetizza quando Edipo afferma “io voglio sapere” e Tiresia risponde “sai tu da chi sei nato”?.

Sempre – la collocazione della tragedia è a cavallo tra storicità e transistoricità: l’Edipo pretragico di Omero regna e muore nella sua Tebe, occorre Sofocle perché l’Edipo divenga tragedia. È quindi in fondo un’invenzione, che ha un senso sociale, letterario e culturale. Tali sensi fanno riferimento ai vissuti storici e politici dell’epoca,ma il senso transistorico che ne emerge è altro: è la produzione che tale uomo, figlio e padre di quel momento – rappresenta, mette in scena per la prima volta come sguardo su se stesso, come riflessione – rappresentazione.

La tragedia necessita della messa in discussione del passato per bilanciare lamessa in discussione del proprio
presente – su cui la rappresentazione ha effetto – diremo noi – terapeutico: il crearsi di una distanza emotiva che faccia seguito ad una distanza instauratasi col pensiero razionale, con la polis, con l’autocoscienza – che rischia di lasciare l’uomo solo in balia di un passato ancora presente e di un disegno di cui non si sente ancora padrone. Detto per inciso, non è un caso che così spesso la tragedia assuma i connotati di un dibattito giuridico, a fronte di una volontà, di una responsabilità tutta nuova dell’agire umano, i cui connotati si prestano a continue incertezze, doppi sensi, ambiguità e rovesciamenti che testimoniano due ordini di causalità – umana e divina, conscia e inconscia diremo noi – spesso antitetici, tra cui si inizia a sottolineare la distinzione ma anche l’assoluta indissociabilità .

E questo ci appare il cuore del tragico. Queste categorie non si presentano infatti come esclusive, su cui l’agire dell’uomo si può distribuire – o qui, o là – seguendo la volontà di iniziativa del soggetto: questi non è più strumento dell’azione secondo un disegno a lui sconosciuto, ma neppure è agente produttore della sua azione – essendo essa inscritta in un ordine temporale – senza tempo – che lo supera. È così che il coro potrà dire ad Edipo “ti ha scoperto tuo malgrado il tempo che vede ogni cosa”. Il mito, degli dei, dell’eroe, della stirpe, della famiglia appaiono ormai lontani per una lettura “letterale”, ma certamente presenti, perché il loro allontanamento non debba ancora essere visto pieno di incognite.

Quando Solone assiste alla prima rappresentazione tragica abbandona indignato il teatro dicendo che non si sarebbe tardato a vedere gli esiti nefasti di tali finzioni nei cittadini: l’uomo della polis democratica sente il passato ancora incombente per poter essere impunemente evocato.Ma questa dimensione storica- politica va di pari passo con un’altra.

E quando Platonemanifesta la sua ostilità verso la tragedia lo fa attribuendo ad essa quelle caratteristiche “false” della rappresentazione che la verità filosofica ha sostituito tra vero e falso, con il principio di non contraddizione. È forse qui la macroscopica contraddizione platonica –che situa il dialogo, il logos vivo socratico, a metà strada, con l’anamnesi infinita su cui il greco costruisce l’eterna giovinezza del suo logos, della sua coscienza. Come dire: non c’è autocoscienza che non abbia un riferimento lontano, già dato; non c’è mai una rimozione riuscita, come nessuna giovinezza è interamente tale. Archeologia e teleologia sono da
sempre insieme. C’è infondo – in questo – un problema di distanza: Solone è troppo vicino al passato perché si possa impunemente rappresentarlo; Platone ne è ormai distante al punto da valutare falsa ogni rappresentazione. E noi oggi?"

Se vuoi proseguire con la lettura di questo articolo scrivici a info@scuoladipsicodramma.com

sabato 20 ottobre 2012

La Prima Coppia



Anche oggi voglio inserire un interessante spunto dal libro "Romanzi di coppia" di A. Rapaggi, restiamo sul tema coppia in vista anche del convegno del prossimo 24 novembre di cui potrete trovare maggiori info nella sezione news.

Nicoletta

Partiamo dal presupposto che l'adulto sia il risultato della somma tra la sua tendenza naturale e l’ambiente affettivo, rappresentato dalle molte esperienze emotive, cognitive e relazionali che s'intrecciano nel tempo della sua formazione.

Accettando questo assunto di base, cercheremo di chiarire che cosa succede nelle coppie adulte.

Consideriamo la prima coppia umana universalmente riconosciuta: la coppia mamma-figlia/figlio.
(In questa prima descrizione considero la coppia classica, rimandando a pagine successive le osservazioni sui vari tipi di coppie attuali, figlie delle mutate condizioni di vita e di cultura).

Dico subito che userò indifferentemente il genere maschile o femminile, a caso, quando parlerò dei bambini, poiché in italiano non esiste un vocabolo neutro per definire l'insieme dei due generi. A meno che non mi riferisca ad una persona specifica.

Distinzioni
Nonostante la dichiarata volontà di trattare tutti i figli allo stesso modo, è palese, soprattutto in chi osserva e deve riparare i danni psicologici, che le mamme hanno differenti modi di accudire un figlio o una figlia, un introverso o un estroverso, un figlio unico, un primogenito o un secondogenito, o l’ultimo della “covata”. Insomma, è abbastanza palese, e mi pare anche comprensibile, che le madri, prima dei padri, risentano della loro tendenza naturale, del genere femminile, della posizione nella famiglia e di come sono state trattate a loro volta a causa di queste variabili.

A proposito della differenza naturale dei due sessi, segnalo una ricerca abbastanza recente (2011) condotta da Marco Del Giudice, pubblicata sulla rivista Public Library of Sciences. Del Giudice ha intervistato un campione di 10.000 soggetti, insieme ai suoi colleghi della Manchester Business School, e ne ha dedotto che le femmine e i maschi presentano differenze sostanziali: per quanto riguarda le femmine sono molto più forti soprattutto nel campo della sensibilità, e anche del calore e dell’apprensione, mentre per quanto riguarda i maschi, hanno dimostrato una netta supremazia nel campo dell’equilibrio emotivo, della coscienziosità e della dominanza.
Devo notare che per quanto il campione descritto fosse numeroso e scelto in due nazioni con culture diverse, non trovo che abbia raggiunto scientificamente l’obiettivo di dimostrare, con sicurezza, che maschi e femmine siano diversi per natura. E mi dispiace. Ci descrive un’ipotesi molto probabile e ci permette di considerarne le conseguenze; dimostra che da adulti maschi e femmine sono diversi, ma non distingue le variabili acquisite nell’ambiente da quelle precedenti la nascita. In questo modo non dice quanto questa diversità possa essere naturale e quanto complicata dal comportamento genitoriale. Tuttavia fa un po’ di chiarezza su un tema che dopo gli anni ’70 era stato vittima di confusioni culturali e sociali, tuttora esistenti. Intendo dire che si era spesso confuso il diritto ad avere le stesse possibilità da parte di maschi e femmine, con il modo con cui gli uni e le altre riescono ad arrivare al medesimo obiettivo.
Altre ricerche, le ultime nell’ambito della teoria dei neuroni specchio, ci confermano che il bambino e la bambina crescono interiorizzando e portando con sé quel trattamento differente iniziale. Anche queste ricerche non sono complete per il semplice fatto che esaminano un solo aspetto del carattere: quello acquisito. Ma restano un contributo molto importante per gli scettici.


Il bambino e la bambina, dunque, si presentano al mondo con il loro bagaglio di tendenze naturali, interiorizzano le modalità relazionali dell’ambiente, partendo da quelle della madre, e cercano di conciliare se stessi con gli altri. In questo tentativo automatico, dunque non cosciente, ricorrono a diversi meccanismi di difesa: rimuovono inconsciamente le emozioni che non sanno gestire quando sono ancora troppo piccoli per farlo, le negano, le spostano, le trasformano in sintomi visibili, cercano di esorcizzarle, le proiettano su altri, e infine rinforzano i comportamenti di cui si fidano di più, quelli conformi alla loro natura. In ogni caso, riportano nelle relazioni future il bene e il male che hanno interiorizzato nella prima parte della loro vita, quella in cui sono stati più dipendenti, e lo fanno quasi sempre in modo altrettanto automatico e inconscio.

Lo sviluppo della personalità avviene così, come in un percorso ad ostacoli, dove chi è trattato in modo sereno vede bene che cosa evitare e che cosa utilizzare, e chi invece è gestito in maniera non equilibrata, contraddittoria, interiorizza l’ansia che caratterizza il conflitto psichico, immaginando pericoli inesistenti, e si prepara continuamente ad affrontare una fantasmatica figura di “drago sputa fuoco” che l’aspetta dietro ogni l’angolo della vita.

Maschi e femmine hanno due modi diversi di reagire alla conflittualità psichica della madre, e in seguito del resto della famiglia, e questo dovrebbe spiegare meglio le ricerche tipo quella di Del Giudice. 

Ad un sintomo simile, lo stato d’ansia palese per esempio, corrispondono mediamente atteggiamenti e comportamenti tipici del genere a cui appartengono i soggetti. Anche i meccanismi di difesa, che come ogni altra parte del carattere, si sviluppano ad ogni successo e regrediscono ad ogni insuccesso, danno l’impressione che chi segue il tratto di genere, maschile o femminile, sia più sicuro di chi non lo può seguire.


Arrivati all’età adulta, i maschi e le femmine hanno un atteggiamento diverso anche nei confronti della psicoanalisi. I maschi mediamente ritengono di poter risolvere i problemi ragionandoci da soli, o con l’assistenza di un consulente psicologo. Solo in extremis ammettono la necessità di farsi aiutare da uno psicoanalista in grado di raggiungere la radice dei problemi, ammettendo che questi possano essere di origine affettivo-sessuale e dominati dall’inconscio. Le femmine viceversa sono attratte dalla possibilità di conoscere questo aspetto profondo del carattere, e seguono il percorso affettivo-sessuale con particolare sensibilità.


giovedì 18 ottobre 2012

un consiglio utile dal testo "romanzi di coppia" - L'uso strategico del quaderno


Questo nuovo post intende dare un consiglio validissimo estrapolato dal testo "Romanzi di coppia" del dott. A. Rapaggi. Certamente si rivelerà molto utile per tutti coloro che intendono intraprendere la strada di psicoterapeuta.Auguro, pertanto, una buona lettura.

Nicoletta

L'uso strategico del quaderno
I miei allievi sanno quanto mi prema che un professionista impari ad usare il quaderno (oggi migliorato di molto dal suo sostituto elettronico).
Il quaderno, o meglio il computer, ha la funzione iniziale di raccogliere le informazioni della psicodiagnosi, test compreso.
Contiene le impressioni che l'analista ricava dai primi colloqui, e la sua diagnosi.
Ha una parte iniziale in cui è suggerita la soluzione psicoterapeutica ritenuta ottimale, e quella, a volte differente, che ha accettato il/la paziente. Con tutti i dettagli necessari.
Raccomando che questa parte sia curata, ragionata, stesa in più momenti.
Con il computer è diventato più facile ritornare su una riflessione, aggiungere, correggere, cercare riferimenti teorici, trovare dei precedenti e fare associazioni successive.
Personalmente alterno l'uso dei due strumenti, preferendo il quaderno per la strategia generale e il computer per l'analisi dei sogni o per racconti complessi. Ma per semplicità ora parlo del quaderno lasciando che ognuno intenda lo strumento che preferirà usare.
Una volta iniziate le sedute, il quaderno non deve trasformarsi in mero raccoglitore di sogni e racconti del paziente.
Se l'analista si limita a scrivere, cioè a riprodurre quello che gli dice il paziente, il quaderno diventa un ostacolo all'analisi anziché un aiuto. In questo senso avrebbero ragione quei colleghi che preferiscono farne a meno. O quei colleghi che, usando mettersi in poltrona di fronte al paziente, lo ritengono utile a distrarre lo sguardo.
Il quaderno invece assume la sua vera utilità quando contiene:
  • la psicodiagnosi, completa di test;
  • l'obiettivo della cura:
  • la strategia che si ritiene più utile seguire e le verifiche periodiche della sua validità;
  • eventuali strategie alternative in presenza di cambiamenti, anche dovuti ad eventi esterni imprevisti;
  • l'elenco dei meccanismi di difesa più utilizzati e/o abusati dal paziente;
  • la frequenza del ritorno dell'argomento ritenuto centrale e le associazione ad esso collegate;
  • le verifiche dei momentanei regressi sintomatici;
  • l'andamento del transfert;
  • le riflessioni autoanalitiche del controtranfert;
  • i miglioramenti consolidati;
  • la strategia finale per l'accompagnamento progressivo al distacco consapevole.



mercoledì 17 ottobre 2012

Dalla prefazione del nuovo libro "Romanzi di Coppia"


La tendenza relazionale naturale è un punto a mio avviso decisivo, per chiarire e aiutarci a risolvere i conflitti 
intra-psichici e quelli riportati successivamente nella relazione di coppia. 

E’ decisivo perché ci spiega che cosa succede per effetto della necessità di adattamento all'ambiente. 

L’adattamento all'ambiente è successivo ad una vera e propria interiorizzazione, fenomeno oggi incontestabile, dopo la formulazione della teoria dei neuroni specchio. Si tratta del fenomeno fisiologico di rispecchiamento di ogni gesto, suono, atteggiamento, che l’individuo vede fare in chi lo accudisce o gli vive accanto. Il fenomeno assume particolare valore nella fase della formazione della personalità a causa della crescita molto più veloce delle cellule neurali. In pratica, per effetto di questa maggiore velocità di sviluppo neurale, un bambino impara molto ma molto più facilmente di un adulto; inoltre va sottolineato che tanto più è piccolo, tanto più impara dall'esempio, piuttosto che dalle parole. 

L’interiorizzazione provoca uno scontro dai contorni anche gravi, tra la tendenza relazionale naturale e le pretese relazionali delle persone di cui il neonato ha bisogno. Il risultato di questo scontro è la distorsione caratteriale; una distorsione che la persona cercherà sempre di risistemare, nel corso di tutta la sua esistenza, utilizzando tutte quelle altre persone che il suo inconscio ritiene adatte ad “aiutarla”. Il conflitto perenne, o nevrosi, è fatto di coazioni a ripetere che partono sempre dalla stessa scena e hanno sempre lo stesso obiettivo, pur mutando gli attori.

Fonte: Romanzi di Coppia A. Rapaggi

mercoledì 10 ottobre 2012

Tre buone nuove:


  • al convegno di novembre sarà relatore, oltre ad Alfredo Rapaggi anche Roberto Losso, il noto psicoanalista argentino autore di approfonditi studi sulle relazioni nella coppia e nella famiglia.
  • la direzione didattica dell'Istituto Mosaico Psicologie ha deciso di aggiungere alla presentazione di Psicodramma Analitico in programma a Bologna  il 13 ottobre, un'analoga presentazione presso Villa Santa Chiara a Verona, entro il mese di ottobre.
  • Sono iniziate le prove per le video interviste d'informazione sullo psicodramma analitico. Chi tra gli ex allievi volesse partecipare è pregato di rivolgersi alla direzione della scuola